Sant’Alfonso Maria de’ Liguori 

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Sant’Alfonso Maria de’ Liguori  (1 Agosto)

Tratto dalla  “PICCOLA MONOGRAFIA SU S.ALFONSO MARIA DE’ LIGUORI”, scritta dal parroco Don Vincenzo Di Liello, nella presentazione delle celebrazioni del Bicentenario della morte di S. Alfonso Maria de’ Liguori,  tenutesi nella parrocchia di San Leonardo di Procida nell’anno 1987.

 Miei buoni fratelli,

l’anno 1987 è stato caratterizzato, sul piano ecclesiastico, dalla ricorrenza del bicentenario della morte di S. Alfonso, avvenuta il 1° agosto 1787 nella cittadina di Pagani, nell’agro nocerino. Varie manifestazioni si sono susseguite dappertutto, specie in Campania, dove il Santo nacque a Napoli nel 1696 (27 settembre) nella frazione di Marianella, da don Giuseppe de’ Liguori e da donna Anna Cavalieri, entrambi discendenti da aristocratica progenie. A Napoli, si formò, nell’Università, dapprima, agli studi di giurisprudenza, laureandosi in “utroque iure” all’età di 18 anni, poi frequentò gli studi teologici, dopo aver abbandonato la carriera di avvocato per dedicarsi allo stato Sacerdotale, in seguito ad una grave disillusione subita nel 1723 nell’agone forense di Napoli, che, ingiustamente, lo dichiarò perdente, con una sentenza premeditata e cattiva, vile ed interessata nella causa di 2° istanza tra il Conte Filippo Orsini di Gravina, di cui Alfonso era il difensore, e il Granduca di Toscana Cosimo III de’ Medici. Fu questo il motivo occasionale della scelta religiosa di S. Alfonso, che divenne sacerdote del Clero Napoletano il 21 dicembre 1726, essendo Arcivescovo di Napoli il Cardinale Pignatelli.

Napoli, a quel tempo, rigurgitava di “lazzari” e “saponari”; era in preda ad una squallida miseria morale e materiale. L’indolenza dei governanti, di ben altro affaccendati, rendeva più cupo e miserabile il panorama della città, che chiedeva chi l’aiutasse.

La popolazione aumentava di numero, e, sul territorio urbano, si moltiplicavano i “lupanari”, dove la corruzione e la bestemmia imperavano, e l’ignoranza, voluta perché faceva comodo, si atteggiava a “maestra”.

E’ vero, non mancavano grossi spiragli di cultura, ma, per lo più, erano a sfondo cartesiano e illuminista. La fede cristiana ne soffriva. La teologia morale si dibatteva tra convinzioni giansenistiche e posizioni lassiste.

Alfonso, da bravo giurista e teologo, affrontò il dibattito, l’approfondì con criterio autenticamente cristiano, e, dopo anni di studio e di preghiera, ci presenta una nuova sistematica di etica cristiana, in cui si tiene conto sia della giustizia di Dio da salvare, che della fragilità del peccatore da perdonare per i meriti di Cristo.

Napoli, all’epoca, contava un clero numeroso. La più parte si mostrava indolente per le cose sacre e per il ministero, dedito più ai commerci che alla preghiera. Pochi agli studi, molti nelle sacrestie a rodersi il fegato….. .

Dinanzi a tale scempio, Alfonso, fermo di carattere, …… ,  con parola facile e traboccante di amore di Dio, coadiuvato da alcuni amici sacerdoti, si dette alla predicazione e alla fondazione della Cappelle Serotine -1728 – , vero gioiello di scienza pastorale.

Al calar del sole, ogni giorno, Alfonso radunava la parte più miserevole e povera, che viveva di espedienti, di ruberie – lo scippo odierno – e di malaffare.  Un po’ di resistenza si ebbe all’inizio, ma alla fine il progetto Alfonsiano prevalse, apportando generosi frutti sul cammino della fede e del costume civile, al punto che Bernardo Tanucci, primo segretario di Stato del regno borbonico, autentico illuminista, non troppo tenero verso i preti e i monasteri, diede pubbliche lodi a S. Alfonso e ai suoi collaboratori per avere salvato da ulteriore degrado molti “fannulloni” e “assassini” della città.

Ai giorni nostri Benedetto Croce, scrivendo di Alfonso, lo definisce “Vero apostolo del ‘700 napoletano”.

Ma non fu solo alla città di Napoli che il Santo rivolse le sue attenzioni apostoliche, soprattutto operò tra il popolo del Cilento e dell’Irpinia, ignorante di cose religiose, per mancanza di preti o per la loro malavoglia. Con lo zelo dei primi cristiani, Alfonso vi corse; fonda un ordine religioso “i Redentoristi” – 1732 – ed educa il popolo alla devozione della Madonna e della Passione di Cristo: due momenti essenziali e centrali della mistica Alfonsiana.

Trova il tempo per dedicarsi agli studi teologici, all’arte del suono …….. . Si dedica alla poesia dialettale …… . Fece, infine, il pittore e l’architetto. Che cosa poteva chiedere di più a un Santo il razionalismo del ‘700, che definiva i preti ignoranti e scansafatica?

Nominato Vescovo di Sant’Agata dei Goti nel 1762, svolse la sua missione con alto senso della Chiesa e del bene delle anime.

Nel 1775, con grande rammarico del Pontefice Pio VI, fu costretto a tornare a Pagani, per ragioni di salute, dove visse fino al giorno della morte. Stando a Pagani, si dedicò al completamento delle sue opere teologiche, alla preghiera, alla meditazione della Passione di Gesù e dei dolori della Madre Addolorata : Maria, la gemma più preziosa della sua vita.

Punto fermo della sua pietà fu la celebrazione dell’Eucarestia, che considerò l’apice della vita sacerdotale. … Nel 1839 fu proclamato Santo da Gregorio XVI. Nel 1871 da Pio IX fu eletto dottore della Chiesa. Infine nel 1950 Pio XII lo nominò patrono dei confessori e dei professori di teologia morale.

Un curioso fatto di cronaca avvicina S. Alfonso all’isola di Procida, facendocelo sentire un po’ di casa. Egli venne a Procida per ben tre volte, la prima da diacono, a predicare la S. Missione in S. Michele Arcangelo, l’antica abbazia benedettina ricca di storia e di arte fino ai nostri giorni. Col fiuto del Santo, dové accorgersi che anche qui, sul piano religioso e civile, non tirava buon vento. Alla Marina Grande si incontrò con battellieri, “paranzari”, artigiani, tutti poco dediti al lavoro e molto al vino, al gioco e alla bestemmia. Si consigliò col curato del tempo che doveva essere Giuseppe Scotto di Tabaia, e decise, col suo incoraggiamento, di fondare in S. Michele, una Congrega di Spirito, detta “Segreta”. Era l’anno 1732. L’opera ben presto fiorì e progredì con l’ausilio di uno statuto austero ed adamantino, che ha governato la Congrega per lunghi anni.

Si ebbero molte vocazioni sacerdotali e il tono religioso degli uomini si rialzò.

Da qualche decennio la Congrega, detta dei “Rossi”, è stata trasferita, per volontà del Cardinale Castaldi Alfonso, Arcivescovo di Napoli, dalla Chiesa Madre di S. Michele, collocata nel punto più antico, più caratteristico, più alto dell’isola, nella Chiesa Parrocchiale di San Leonardo, dove già vigeva, da qualche secolo, il culto e la devozione del popolo verso S. Alfonso. Detta Chiesa, ubicata nel centro di Procida, avrebbe potuto facilitare la frequenza dei confratelli.

Fin qui la storia antica … !!! E per la presente e per quella futura?